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Il paesaggio oltre la crisi

Il paesaggio oltre la crisi

Il 31 maggio a Praga, presso l’Istituto Italiano di Cultura (Vltašska 34, Praga 1) è stata aperta al pubblico la mostra di Manuel Bonfanti, intitolata “Il paesaggio oltre la crisi”. L’iniziativa - patrocinata dall’Ambasciata d’Italia, dall’Istituto Italiano di Cultura e dalla onlus Assis - è promossa dall’Italian Business Center di Praga. Il catalogo, edito da Progetto RC, contiene un testo critico di Ivan Quaroni. Attraverso una cinquantina di opere, prevalentemente di medie e grandi...

Dentro la Slovacchia dei Rom / The Roma in Slovakia

Dentro la Slovacchia dei Rom / The Roma  in Slovakia Viaggio negli accampamenti orientali del Paese dove si sopravvive di sussidi statali e i bambini sono costretti a frequentare le “scuole speciali”

Prešov (Slovacchia) – Alla fermata dell’autobus di via Hlavná, c’è una famiglia che aspetta. Madre e figlia indossano tute d’acetato e vistosi bracciali dorati, il marito un abbondante giaccone alle ginocchia. Sono Rom, e vederli nel centro di Prešov è quasi un’eccezione. Di solito gli accampamenti stanno ai limiti della città, oppure oltre.
In Slovacchia ne vivono dai 400 ai 600 mila su una popolazione di cinque milioni e mezzo di abitanti. Si tratta di stime ufficiose ma certo più veritiere di quelle del censimento del 2011 in cui solo 60.000 si sono dichiarati Cikán, zingari in slovacco.
La Slovacchia è uno dei paesi d’Europa orientale con il maggior numero di zingari in rapporto alla popolazione. Di questi la grande maggioranza è concentrata nella zona est del Paese.
Qui maggioranza slovacca e minoranza rom vivono fianco a fianco. Spesso tra le ultime case dei villaggi e le prime baracche corre una semplice carreggiata oppure, come ad Ostrovany, il limite è marcato da una barriera in cemento armato. Questo paese, di triste gloria mediatica, è ricordato per il muro costruito circa due anni fa per dividere gli ultimi orti del villaggio dal campo nomadi ammucchiato ai piedi della bassa collina adiacente.
«Qui una striscia lamiera c’era sempre stata, ma ogni anno doveva essere sostituita perché cadente, - spiega Jan Hurcik, assistente sociale di lunga data ad Ostrovany - così si è deciso di posare prefabbricati in cemento». Ma da allora niente è cambiato. Ferro o pietra, il muro si scavalca facilmente e i furti di frutta e verdura continuano con puntuale regolarità. «E’ l’inerzia il problema di questa gente», continua Hurcik mentre si fa strada sul sentiero accidentato che scende verso il piano.
Il campo è una manciata di abituri in legno, fango e plastica. Quelli di mattoni si contano sulle dita di una mano. Il suolo, polveroso, è punteggiato qua e là da tappi di birre affondati nella terra. Ci sono bambini dappertutto, mentre i genitori aspettano sulla soglia delle baracche. Mostrano larghi sorrisi sdentati. Normalmente le famiglie rom sono numerosissime, quelle di Ostrovany non fanno eccezione. Qui tutti vivono di sussidi. L’intricatissimo sistema di previdenza sociale slovacco stabilisce che, nella situazione più comune - una coppia con più di quattro figli a carico – il nucleo famigliare riceva un assegno dell’ammontare di 212 euro mensili.
Resta il fatto che la quasi totalità delle famiglie rom dipende dalle casse dello Stato. Nella maggior parte dei paesi intorno a Prešov il tasso di disoccupazione della minoranza sfiora il 100%.
Iveta, 23 anni, ha due figli e un paio di tatuaggi sfuocati sull’avambraccio. Vuole a tutti i costi mostrare la sua casa, in realtà una stanza stretta e fumosa. In queste abitazioni non c’è né luce, né acqua, né gas. Ma il nero non è il tono dominate, anzi. Ovunque balza agli occhi la vivacità dei colori: delle pareti, dei vestiti a tinte accese.
L’impressione è che quello che una sensibilità urbana direbbe misero e medievale questa gente lo viva ed attraversi con massima naturalezza, come realtà ovvia. Gli adulti non sono mai avidi di chiacchiere così come i bambini che dimostrano una vivacità sorprendente. Guardandoli, sembra assurdo che la maggior parte di loro debba frequentare le cosiddette “scuole speciali”. In Slovacchia esiste infatti un sistema di istituti paralleli a quelli regolari, concepiti per bambini con disabilità mentali. Così, come più volte denunciato da Amnesty International succede che ormai ovunque nel Paese, specie all’est, diventino esclusiva dei bambini degli insediamenti rom più poveri. Qui i programmi hanno un sensibile divario rispetto alle scuole normali. Queste classi diventano così il primo e decisivo passo verso il progressivo allontanamento delle due comunità. Questa educazione povera viene spesso abbandonata presto. Nei campi capita di incontrare ragazzini che faticano a esprimersi in slovacco, aiutandosi con termini in lingua rom.
L’istruzione è forse l’ultima ed unica via per coloro che sono ancora giovani di ritagliarsi uno spazio entro la società slovacca di maggioranza. Lo conferma Florian Giňa sindaco rom di Janovice, il diciannovesimo in Slovacchia. In questo paesino a pochi chilometri da Prešov su 5.600 abitanti 4.800 sono rom, di questi solo 15 lavorano per i servizi sociali. Il campo cittadino è uno dei più poveri e sovraffollati della regione. Qui sono in tanti a ripetere l’adagio che nessuno dà lavoro a un “gitano”. Ma l’impressione è che in molti preferiscono sedersi su una passività refrattaria e auto protettiva. I bambini non hanno scelta. Nel campo di Jarovice c’è un unico edifico in mattoni, una sorta di casa ringhiera dai colori brillanti. Di fronte ad ogni porta pende una parabola arrugginita, mentre un pergolato di vestiti svolazzanti muove ombre sul cortile. Il progetto è stato finanziato e realizzato con fondi europei. Ma dell’Unione, oggi, resta solo la bandiera stellata, già impallidita dal sole, che si sfoglia su un pannello marcio e cadente.

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A journey to the eastern camps of the Country where they survive on state subsidy and where children are forced to attend "special schools"

Prešov (Slovakia) - At the bus stop in Hlavná street, there is a family waiting. The Mother and daughter are wearing acetate overalls and gaudy gold bracelets, the husband a large coat that runs down to his knees. They are Romany and seeing them in the centre of Prešov is quite an exception.  Normally, the camps are on the outskirts of the town, or even beyond.
From 400 to 600 thousand of them live in Slovakia out of a population of five and a half million inhabitants. These are unofficial estimates, but certainly more reliable than those of the 2011 census, where only 60,000 declared themselves Cikáns, Gypsies in Slovakia.
Slovakia is one of the Eastern European countries with the largest number of Gypsies in relation to its population. Of these, the vast majority of them is  concentrated in the eastern part of the country.
Here, the Slovak majority and the Roma minority live side by side. Quite often between the last houses of the villages and the first huts there is simply a roadway, as at Ostrovany, the limit being marked by a concrete barrier. This country, with its inglorious  media reportage, is remembered for the wall that was built about two years ago to divide the last rows of vegetable gardens of the village from the gypsy camp that pile up at the foot of the low adjacent hill.
«An metallic strip had always been there, but it had to be replaced every year because it became damaged – says Jan Hurcik, a long-standing social worker at Ostrovany - so they decided to substitute it with precast concrete». But since then nothing has changed. Whether iron or stone, the wall could be climbed easily and thefts consisting of fruit and vegetables still go on with precise regularity. «Inertia is the problem affecting these people», Hurcik goes on to say, while he makes his way along the rough trail that descends towards the plain.

The camp consists of a handful of very humble dwellings made of wood, mud and plastic. The ones made of bricks can be counted on the fingers of your hand. The dusty ground is dotted here and there with beer caps that have sunk into the soil. There are kids everywhere, while parents wait in the doorway of their shacks, showing wide toothless smiles. Romany families are usually quite numerous and those of Ostrovany are no exception. There, everyone lives on social benefits. The complex Slovak system of social security establishes that, for most common situations - a couple with more than four dependent children - the household should receive a cheque amounting to 212 euro per month.

The fact remains that the majority of the Roma families depend on state support. In most villages around Prešov, the unemployment rate among the minorities is nearly 100%.
Iveta, 23 years old, has two sons and a couple of blurred tattoos on her forearm. She wants, at all costs, to show us her house, which is actually a narrow, smoky room. In these houses there is neither light, water, nor gas. But black is not the dominant tonality, it is rather the contrary. Everywhere, one’s eyes are struck by the vibrant bright colours of the walls and clothes.
The impression is that, what urban citizens would consider as miserable and medieval, these people tend to experience and live through it with the utmost naturalness, as if it were an obvious reality. Adults are never eager  to talk just as the children, who exhibit a surprising amount of liveliness. Just by looking at them, it seems absurd that most of them have to attend the so-called "special schools". In Slovakia there is actually a parallel system of institutions (to the regular ones), conceived for children with mental disabilities. Therefore, just as has often been denounced by Amnesty International -  it happens everywhere in the country, especially in the east - they tend to become the exclusive  right of children from the poorest Roma settlements. Scholastic programs there have a significant gap compared to those of normal schools. These classes, thus, become a first major step in leading towards a separation of the two communities. Such meagre education is often abandoned quite early on. In the camps, one often meets children who have difficulty in expressing themselves in Slovak, who help themselves by using Romany language terms.

Education is perhaps the last and only way -  for those who are still young - to carve out a space for themselves within the Slovak social majority. This is confirmed by Florian Giňa, Roma mayor of Janovice, the nineteenth in Slovakia. In this small village, just a few kilometres from Prešov, out of 5,600 inhabitants, 4,800 are Roma, of whom only 15 are working for the social services. The town camp is one of the poorest and most overcrowded in the region. There are many here who repeat the adage that no one will employ a "gypsy". But the impression is that many of them prefer to depend on a sort of refractory passivity and self protectiveness and children, of course, have no choice. In the Jarovice camp, there is only one brick building, a sort of railing house with brilliant colours. In front of each door hangs a rusty satellite dish, while a pergola of fluttering clothes, projects shadows onto the courtyard. The project has been financed and built with European funds. But there remains little of the Union now, only a starry flag, which is fading under the sun and peeling off from the rusty and crumbling board.





di Edoardo Malvenuti / by Edoardo Malvenuti